C’è un’immagine che tutti ricordano come esempio di buon costume: Aldo Moro in riva al mare in giacca e cravatta. Era con la figlia, in vacanza, in un momento privato. Ma, da uomo delle istituzioni quale era, sapeva che non esistono momenti privati per chi rappresenta lo Stato. Sapeva che ogni gesto, ogni scelta, ogni dettaglio del proprio aspetto è comunicazione pubblica. Anche l’abbigliamento.
Perché il vestire, in politica, è un linguaggio silenzioso, ma potentissimo. È un modo per dire: “So che non rappresento solo me stesso, ma una comunità, un’istituzione, un’idea di serietà”. È un codice non scritto che separa la sfera personale da quella pubblica, e segna la differenza tra chi è in carica e chi non lo è.
Questa distinzione oggi sembra essersi completamente dissolta, nell’era in cui la comunicazione politica si fa più spesso con l’immagine che con le idee, più con l’esibizione che con l’azione. In Sardegna fa spesso parlare di sé, ed è il simbolo perfetto di quanto appena espresso, una assessora della Regione che da sempre si distingue molto più per il suo “stile” vistoso e aggressivo che per l’operato concreto all’interno delle istituzioni.

Che cosa significa presentarsi nei palazzi regionali e nelle visite istituzionali con abiti trasparenti e succinti? Quale segnale si vuole dare ai cittadini? Che tipo di messaggio si trasmette ai colleghi, agli operatori amministrativi, a coloro che ascoltano e che attendono una risposta, una soluzione? Sta cambiando il modo in cui scegliamo i rappresentanti? Premia più l’impatto che la competenza?
Lo stile dell’assessora è davvero esageratamente pop. Quindi la domanda: è volutamente provocatorio? Potrebbe non essere solo un modo di vestire, ma un modo di stare al mondo. L’abbigliamento che è parte del suo personaggio. Ed è un modo di stare nella politica. Un modo di fare politica gridata, con anche gli slogan e i like, dove l’apparenza sembra valere più della competenza e la posa più del contenuto.
Sia chiaro, ognuno è libero di vestirsi come meglio crede, come del resto chiunque è altrettanto libero di fare commenti purché non offensivi della persona. Ma il fatto che in molti lo notino — e ne parlino — non è un problema di perbenismo o bacchettonismo. È l’evidente trasformazione di un ruolo istituzionale in un qualcosa di appariscente, dove l’identità politica viene espressa attraverso l’altezza del tacco o la trasparenza del tulle.
Potrebbe essere strategia? Marketing politico? Forse. Di fatto, nonostante (o grazie anche a) questo stile sopra le righe, l’assessora ha preso una caterva di voti alle ultime elezioni regionali. Un dato che non può essere ignorato: vuol dire che, in un certo qual modo, questa comunicazione funziona. Ma anche che forse, sempre più spesso, l’immagine batte la sostanza. Ma quando la comunicazione diventa solo provocazione, quando l’identità politica si riduce al costume, allora il messaggio che passa è uno solo: non conta quello che faccio, conta se mi notate.
Quindi l’interrogativo: se chi è più visibile, più votato, più popolare, dà un certo esempio, cosa accadrà nel lungo periodo? Il rischio è evidente: che si perda del tutto il confine tra l’espressione personale e la rappresentanza istituzionale. E che chi è stato eletto per fare, venga ricordato solo per l’apparenza. E non è una questione di genere: vale per tutti. Non dimentichiamo di certo un ministro a mezzo busto al Papete. Ma questa è un’altra storia.
E allora, in un mondo politico sempre più affollato di urla e selfie, ci si chiede: torneremo mai a vedere figure che, come Moro, facevano della discrezione la loro forza? Che lasciavano il segno con la parola ponderata e non con l’outfit sopra le righe?
Il tempo, come sempre, sarà giudice. Ma viene spontaneo chiedersi: l’assessora sarà ricordata per la sua azione politica o per altro?
